12. Aprile 2026
Livia, 30 secondi d'umanità al giorno, più IVA.
Non so se si chiami davvero così.
Me la sono battezzata io, Livia, che suona come una che sopporta tutto con olimpica rassegnazione.
È quella figura mitologica che pulisce le scale del mio palazzo:
presenza costante, entità silenziosa,
apparizione a scopa armata.
Compare ogni mattina, puntualissima,
mentre io esco con la grazia di un bradipo investito
e l'aria di chi è appena stato svegliato da una notifica dell'INPS.
Non parla. Non disturba. Non odora nemmeno di detersivo.
Un miracolo.
All'inizio pensavo fosse uno di quei mostri domestici che abbandonano attrezzi per le scale:
un secchio, uno straccio, un camice a fiori radioattivi,
tipo installazione urbana.
Poi un giorno, dietro lo straccio... c'era un essere umano.
Io (con monologo che già vacilla) – Da quanto sei lì?
(Scusa se ti dò del tu, ma nei monologhi funziona meglio. È più intimo. E costa meno.)
Da allora l'ho notata ogni giorno.
La osservavo senza far rumore,
come si guarda il contatore della luce che gira:
sai che succede qualcosa, ma non sai se ridere o piangere.
Finché un giorno lei, taac, alza la testa e mi colpisce con una parola fatale:
Livia – Buongiorno!
Io – Buongiorno a lei!
(detto col tono di chi capisce, troppo tardi, che il monologo è finito: benvenuti nel dialogo).
Così, nel tempo di due ascensori rotti e una porta che cigola da mesi,
30 secondi al giorno per volta,
abbiamo iniziato a parlarci.
Mezze frasi, interi silenzi. Molti sguardi e parecchi "mah".
La sua vita è un catalogo Ikea del dolore: ogni pezzo si monta da solo e avanza sempre una sfortuna.
Livia – Avrei voluto un figlio, sa? Ma non è arrivato. Poi mio marito... no, non si faccia strane idee, poveretto. Tornava dal lavoro, pioveva, incrocio, precedenza negata... puff.
Poi è arrivato un tumore. Un tipo capriccioso: va, viene, prende il tè, si stufa, torna. Fa un po' come gli pare.
Ecco, lì sento qualcosa dentro che si affloscia.
Un vuoto. Tipo dispensa prima dello stipendio.
Eppure... ride.
Un sorriso che spacca la tristezza come un colpo di stura lavandini.
Livia – Io la picchierei, sa? Sta sempre lì col muso lungo, a lamentarsi.
Mi scusi se mi permetto...
(ma si avvicina come chi ti passa una sigaretta in un bunker)
...rida, la vita la sta aspettando.
Lei che può.
Lei che può.
Tre parole. Un macigno.
Mi si incastrano in gola come una brioche secca senza caffè.
Ora Livia è triste.
L'ho vista sorridere per l'ultima volta in quel "lei che può".
Adesso c'ha la faccia di chi, finito il turno, torna dai mostri nell'armadio.
O peggio: in salotto.
Ma, cavolo, quanto è bella in quel momento.
Bella come un quadro stropicciato,
come una poesia scritta su carta igienica in un bagno di stazione.
Con lo scopettone, il camicione,
lo spruzzino modello Ghostbusters,
e quelle pezze che sbucano come pensieri repressi,
lei attraversa le giornate come chi sa che nessuno le regalerà niente
e proprio per questo... sorride.
Livia è tante.
Sono tutte quelle donne che la mattina trascinano il loro dolore giù per le scale,
e la sera se lo riportano su, tra un piano e l'altro, senza fiatare.
E trovano pure il tempo di offrire un sorriso a quello scontroso del quarto piano.
(Ma chi sarà mai quel musone? Ah già, io.)
Non so chi sei, Livia.
Non so nemmeno se ti chiami davvero così.
Ma mi hai regalato leggerezza.
Un sorriso per volta, 30 secondi alla volta.
Livia.
che non dimentica mai come si sopravvive.
E ci insegna, senza fiatare, che la gentilezza pesa più del dolore.
E che certi sorrisi non si lavano via nemmeno con la candeggina.
Livia è un elefante.
